“Una bella spada gli giungeva fino agli speroni […]
La sua veste era tutta di pelle di lontra,
da cima a fondo variegata di pelli diverse.
Sulla pelliccia lucente splendevano fibbie d’oro,
da entrambe le parti, al prode cacciatore.”Il Canto dei Nibelunghi
Autore Sconosciuto
Ogni alba è la stessa storia. Premo la spada contro la cote, la mano ferma, mentre l’aria si riempie di scintille e granelli d’acciaio mi tingono le guance. Affilare l’arma non è facile, per un predatore. L’attrito aumenta a ogni osso che spezzo, a ogni coda che taglio. A ogni vita che reclamo.
Gli sciamani della Siberia credevano che la caccia riportasse l’individuo alla natura, che, attraverso uno scontro alla pari, uomo e animale si scoprissero parte della medesima realtà. Se prima della lotta la bestia dormiva, il cacciatore doveva svegliarla, e poi, mentre la combatteva, guardarla negli occhi in segno di rispetto. Sopprimerla, a contesa finita, significava onorarla, riconciliarsi con lei.
Porto addosso tutte le prede che ho ucciso. Delle loro zanne ho fatto un talismano, della loro pelliccia mantello e stivali. Mi hanno insegnato che in questo modo continueranno a esistere attraverso di me. Forse non è vero. Forse sono morte e basta.
A Kamura mi considerano un eroe, ma fuori dal villaggio mi sento un assassino. D’altronde, non era forse Artemide dea della caccia e paladina della natura assieme?
L’ora è giunta, ho meditato abbastanza. Se esiste modo di placare il tormento che mi dilania, dovrò cercarlo sul campo di battaglia. Perché il sole è sorto, la spada è pronta, e io con lei.
Che la caccia abbia inizio.
Monster Hunter Rise, prodotto e sviluppato da Capcom, è un action rpg rilasciato nel 2021 in esclusiva per Nintendo Switch e fa parte di una fortunata serie videoludica avviata nel 2005, a cui ho avuto l’occasione di avvicinarmi proprio grazie a questa iterazione.
Kamura, il villaggio natio del nostro protagonista, è in pericolo: dopo cinquant’anni dall’ultima volta, la Furia – calamità dalle origini sconosciute – sta tornando. Presto la cittadella sarà rasa al suolo da orde di bestie furenti, come accadde l’ultima volta a causa dell’inarrestabile Magnamalo. A noi toccherà dunque imbracciare le armi e cercare di evitare il peggio uccidendo prematuramente le creature nelle terre in cui si sono rifugiate.
La trama di Monster Hunter Rise a conti fatti si limita a questo pretesto narrativo, essendo solo ancillare all’esperienza ludica che il titolo propone. Il punto di forza dell’opera – come della serie tutta – è piuttosto una complessa parametria miscelata a un azzeccato gameplay loop: messa da parte qualsiasi velleità narrativa, Capcom ci consegna un’avventura in cui il flow delle missioni è interrotto solo dalle parentesi di crafting necessarie a ottimizzare le nostre statistiche.
Questo concept, nel tempo, è riuscito a conquistare una nutrita nicchia di videogiocatori, ma l’idea di un protagonista che scandaglia boschi e montagne alla ricerca di bestie da ingannare, avvelenare e brutalizzare non ha mancato di procurare critiche alla casa di sviluppo. “La peggiore offesa perpetrata da Monster Hunter potrebbe essere il discutibile trattamento che riserva agli animali” scrive nel 2018 su Forbes il giornalista Mitch Wallace, pur ammettendo di apprezzare la formula del franchise. Wallace in particolare sostiene che la poca aggressività mostrata dalle creature prima dell’attacco dell’eroe farebbe di loro animali innocenti e di noi dei violenti esecutori, degli assassini. Ben Skipper, per la rivista IBTimes UK, si dice d’accordo con Forbes: “è difficile per il giocatore” constata il reporter, “non provare empatia per queste belve, perché sono davvero ben realizzate. […] Senza una migliore giustificazione per la caccia, il titolo perde profondità e si trasforma in un’esperienza meccanica e fredda”.
Vittima della polemica di Wallace e Skipper era Monster Hunter: World ma, nonostante i tre anni che separano le due produzioni, Rise ci presenta una visione della caccia analoga a quella del suo predecessore, e scopre quindi il fianco alle medesime critiche. Allo scopo di verificare se queste contestazioni possano dirsi appropriate all’action rpg di Capcom, dobbiamo mettere in stand-by la Switch e indagare la diatriba che da secoli divide cacciatori e animalisti nel mondo reale.
Stando al saggio dedicato all’argomento dal professore di zootecnica Franco Malossini, l’arte venatoria – la caccia – nacque probabilmente nel paleolitico, con la creazione degli utensili necessari a catturare, ferire e uccidere anche le bestie più pericolose; e con la scoperta del fuoco, che rese commestibile la carne degli animali: l’Homo erectus, per necessità, smise quindi di essere preda e si elevò a predatore.
Già nel neolitico, tuttavia, con la nascita di agricoltura e allevamento, la caccia iniziò a perdere la finalità di sopravvivenza in favore di obiettivi differenti, da questo momento divenendo, nell’ottica animalista, sindacabile a livello morale. Attorno al 450 a.C. in Persia e in Grecia la cattura e l’esecuzione delle bestie fungevano infatti da addestramento al conflitto militare; nella repubblica romana, invece, quella venatoria era dapprima un’attività servile diretta alla fornitura di selvaggina ai nobili, e poi divenne attività circense, con la creazione di arene destinate allo scontro tra bestie e gladiatori. Furono proprio gli spettacoli del Colosseo, nel dopo Cristo, a riabilitare la caccia agli occhi del patriziato, a convertirla da umile mansione a impresa eroica e, da ultimo, a trasformarla in uno sport.
La tenue narrativa di Monster Hunter Rise dipinge un mondo in cui l’uomo, come nel paleolitico, caccia soprattutto per legittima difesa, ma è innegabile che a muovere il giocatore non sia tanto la volontà di salvare Kamura quanto il piacere di imporsi sulle belve e utilizzarne i residui per forgiare un equipaggiamento più performante. Attraverso la quarta parete, quindi, la caccia in Rise recupera il valore agonistico che aveva presso la nobiltà romana e che ha ancora nella società odierna.
In ogni caso, che la si interpreti in funzione pedagogica, servile o ricreativa, l’arte venatoria del passato sottende un pensiero antropocentrico: quello secondo cui l’uomo, in quanto superiore alle bestie, avrebbe il diritto di disporne come meglio crede. Un’idea condivisa addirittura da Aristotele, per il quale gli animali sono stati creati affinché l’uomo se ne nutra o, cito, “ne tragga vesti e altri arnesi”.
Gli animali domestici, a differenza delle altre bestie, riuscivano comunque ad accaparrarsi il rispetto degli umani, e però anche la loro accettazione in casa passava, quantomeno in origine, per una valutazione di opportunità: i cani assistevano gli allevatori e servivano il padrone nella caccia; mentre i gatti tenevano i topi alla larga dall’abitazione.
A voler essere cinici, i felini e i canidi a supporto dei cacciatori in Monster Hunter Rise non sfuggono a tale visione utilitarista. Infatti, sebbene nel contesto fantasy del titolo questi companion siano esseri senzienti al pari degli uomini, li vediamo quasi sempre subordinati all’eroe protagonista, il quale ne stabilisce la specializzazione in battaglia, li cavalca, li manda in ricognizione o a mercanteggiare e provvede alle loro armature utilizzando gli scarti derivati dalla forgiatura delle proprie.
Nel 1637 il principio della superiorità dell’uomo partorì, tramite la penna di Cartesio, la dottrina dell’animale-macchina: il filosofo francese descrisse le bestie come congegni senza vita, progettati dalla natura per eseguire solo poche e determinate azioni, mancando della sostanza razionale tipica dell’umanità – la res cogitans. Fu proprio questa delirante teoria a far percepire l’urgenza di un movimento animalista più attivo.
Sulla scorta dei principi darwiniani, che smascherarono l’uomo come entità biologica diversa dalle altre senza essere loro superiore, nacquero diverse associazioni a tutela dei diritti degli animali – come, in Italia, l’ENPA e la LIDA. La maggiore contestazione che i suddetti collettivi muovono alla caccia è che non soltanto questa potrebbe causare l’estinzione delle specie a rischio, ma in generale sarebbe una pratica crudele e innecessaria, anacronistica: un ritorno volontario allo stato selvaggio.
Tra i detrattori di questi movimenti c’è chi sostiene che cacciare sia un istinto primordiale dell’individuo; che nonostante i vantaggi della civilizzazione l’uomo senta ancora, quasi fosse scritto nei suoi geni, la necessità di un confronto bellico con altre forme di vita; che la stessa radice etimologica di “venatorio” sia “desiderare, tendere verso qualcosa”. E in genere coloro che sposano tale idea lo fanno per rimuovere la caccia dal campo della moralità – perché se è un impulso a chiederci di uccidere, assecondarlo è la nostra natura, non una nostra scelta.
Non sono d’accordo. Per me la verità è che la caccia, quando non strettamente finalizzata a soddisfare la fame, non è niente più che un gioco. Una sfida che l’essere umano lancia a se stesso – non alle bestie – per avere conferma delle proprie abilità.
Se avessi ragione, cacciatore e videogiocatore sarebbero figure piuttosto congruenti…salvo un dettaglio: per il secondo la vittoria non comporta reali spargimenti di sangue.
E se Monster Hunter, dunque, anziché essere il problema, fosse parte della soluzione? Se l’opera di Capcom fosse capace di darci la stessa frenesia di una battuta di caccia senza esigere in cambio la vita di una bestia innocente?
Dalla prospettiva animalista, me ne rendo conto, la preoccupazione è che il titolo finisca per sminuire il peso degli abusi sugli animali, per anestetizzare i più giovani alla crudeltà. Ma perché, invece di temere la violenza che dal gioco potrebbe riversarsi nella vita, non iniziamo a guardare quella che dalla vita possiamo confinare al gioco?
L’idea di tormentare un animale mi disgusta, eppure cacciare, in Monster Hunter Rise, è una delle esperienze più eccitanti che un pad mi abbia mai regalato. Lo è stanare la bestia, resistere al suo ruggito intimidatorio, frantumarne la corazza con la spadascia. Gettarsi all’inseguimento giù da una rupe, sfruttare gli insetti-filo per accorciare le distanze, posizionare trappole, scagliare frecce. E, infine, prevalere sul nemico.
Faccio tutto questo nella persuasione che nulla possa davvero compromettere la mia morale, che la lotta per l’integrità e l’onestà si svolga fuori dai mondi videoludici.
Magari, ve lo concedo, gli abitanti di Kamura esagerano a definirmi un eroe, ma su una cosa non ho dubbi. Non sono un assassino.
Membakar – 16/06/2021
Un ringraziamento speciale a Damiano D’Agostino (damians.ndd su Instagram) per la revisione, le consultazioni e – non da ultimo – la disponibilità.

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